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Mons. Lucio Angelo Renna

VESCOVO DI SAN SEVERO

IN VERBO TUO

Lettera Pastorale

SAN SEVERO - 28 GIUGNO 2008

1. PREMESSA

Al termine dell’anno pastorale 2007-2008 e alla luce degli incontri diocesani( del 6 e del 28 giugno) pei i quali ringrazio gli organizzatori e tutti coloro che vi hanno partecipato dando un prezioso contributo al cammino pastorale della nostra Diocesi, invito tutti a ritornare su quanto abbiamo vissuto e sentito, riportandolo, nei modi e nei tempi più opportuni, all’interno delle comunità parrocchiali. A nulla servirebbe quanto abbiamo detto negli incontri di verifica, se dovessimo conservarlo solo nella nostra memoria e non lo condividessimo con il popolo santo di Dio affidato alla nostra animazione pastorale. I primi responsabili sono, con me Vescovo, i parroci, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, e gli operatori pastorali nel trasmettere contenuti, attese, speranze e suggerimenti concreti emersi nella verifica.

Mi piace riportare alcuni passi della “Lettera ai cristiani di Tralle” di Sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire: “Ignazio, detto anche Teoforo, alla santa chiesa amata da Dio, Padre di Gesù Cristo, che si trova a Tralle in Asia e che, eletta da Dio e di Lui degna, ha pace nel corpo e nell’anima per la passione di Gesù Cristo, nostra speranza, in attesa di risorgere in Lui. La saluto nella speranza dello spirito, secondo l’uso apostolico, e le auguro ogni bene.

So che mostrate sentimenti irreprensibili e siete saldi nella prova, non per opportunismo, ma per una educazione che in voi è diventata ormai connaturale. Me lo disse appunto il vostro Vescovo Polibio quando venne a Smirne per volontà di Dio e di Gesù Cristo. Egli ne gioì con me, incatenato per Cristo Gesù, ed io potei contemplare nella sua persona tutta la vostra comunità, Ricevendo per mezzo suo prova della vostra benevolenza secondo Dio, resi gloria al Signore per avervi trovati, come già sapevo, suoi imitatori.

Infatti siete sottomessi al Vescovo come a Gesù Cristo, e perciò non vivete secondo gli uomini, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi. Credendo nella morte di lui, sfuggite alla morte. E’ necessario che, come già fate, nulla facciate senza il Vescovo e che siate sottomessi anche al collegio presbiterale come agli apostoli di Gesù Cristo, nostra speranza, per essere trovati in comunione con Lui.

E’ necessario che anche i diaconi, quali ministri dei misteri di Gesù Cristo, siano accetti a tutti in ogni cosa: non sono infatti ministri di cibi o di bevande, ma della Chiesa di Dio, e devono perciò tenersi lontani da qualsiasi colpa come dal fuoco. Da parte loro, tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, onorino particolarmente il Vescovo, che è immagine del Padre, e i presbiteri quale senato di Dio e assemblea degli apostoli. Senza di essi non si può parlare di chiesa. Sono certo che queste sono le vostre disposizioni al riguardo.

Nella persona del vostro Vescovo ho accolto e ho tuttora presso di me l’immagine della vostra carità: il suo modo di comportarsi è un grande insegnamento e la sua dolcezza una forza. Dio si manifesta in molti modi al mio spirito, ma vado cauto nel parlare di ciò per non perdermi, cadendo nella vanagloria.

Proprio adesso devo maggiormente temere, né intendo prestare orecchio alle lodi. Coloro che mi lodano mi flagellano. Certo desidero soffrire, ma non so ne sia degno. La mia impazienza non si manifesta ai più, ma mi tormente senza tregua. Ho bisogno di umiltà con la quale si sconfigge il principe di questo mondo. Vi scongiuro, non io ma l’amore di Gesù Cristo: nutritevi solo della sana dottrina cristiana e tenetevi lontani da ogni erba estranea, qual è l’eresia, ciò avverrà se non vi lascerete gonfiare dall’orgoglio e non vi separerete da Gesù Cristo e dal Vescovo e dai comandi degli apostoli. Chi sta all’interno del santuario è puro; ma chi ne è al di fuori, è impuro.

In altri termini: chiunque compie qualche cosa senza il Vescovo, il collegio dei presbiteri e i diaconi, non agisce con coscienza pura. Non già che abbia riscontrato in voi queste cose: ma vi scrivo per premunirvi, come figli amatissimi” (cap. 1,1;3,2; 4,1-2; 6,1; 7,1-8).

2. PERCHE’ LA VERIFICA?

La verifica è una forma di revisione dell’animazione pastorale a livello diocesano e parrocchiale, prendendo in esame gli atti di programmazione, che, partendo dalla situazione e cercando di superare gli ostacoli con le risorse esistenti, attraverso le varie iniziative, raggiunge anno dopo anno gli obiettivi del piano pastorale.

Tale valutazione deve essere una lettura onesta della realtà, scevra da interpretazioni personali ed emotive al fine di vedere la situazione della comunità alla luce di Cristo, così da scoprire in essa ciò che è accoglienza del piano di Dio e ciò che è rifiuto.

Il fare verifica comporta il mettersi in situazionedi conversione. È un momento per scoprire la bellezza e la presenza del Signore anche nelle piccole cose che sono segno di crescita della nostra comunità.

La difficoltà a far revisione è dovuta alla mancata attitudine, alla carenza di motivazione e di attrazione: occorrono fede e capacità per decifrare i segni che si manifestano; i tanti segni della presenza di Gesù in questa realtà, in questa gente, in queste famiglie, in questa parrocchia, in questa Diocesi, in questi operatori.

È un momento estremamente educativo che aiuta a valutare il niente e a decifrarlo come presenza del tutto, che si impone con umiltà, in nascondimento, in discrezione, senza dimostrazioni.

La verifica, inoltre, è funzionale soprattutto per sapere nel futuro come operare. E’ la premessa per ogni programmazione.

Da quanto ho personalmente costato e da quello che ho ascoltato negli incontri diocesani del 6 e 28 giugno, a mio parere, tre sono le urgenze e tre gli itinerari possibili che s’impongono.

3. TRE URGENZE.

Credo che le tre grandi urgenze che dobbiamo affrontare nel cammino pastorale del 2008-2009 siano: 1)sentirci nuovo popolo; 2)puntare l’attenzione su Cristo; 3) realizzare un adeguato approccio formativo col mondo dei giovani( a riguardo, non dimentichiamo quanto il Santo Padre ha detto circa l’urgenza educativa delle nuove generazioni)

a. Sentirci nuovo popolo

“…egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui”. (Lc 24, 25-27)

I discepoli di Emmaus hanno recepito l’urgenza del ritorno a Gerusalemme, riascoltando quello chegià sapevano. È stato questo, per loro, il NUOVO che li ha fatti passare dall’auto-commiserazione all’ansia di raccontare agli undici e ai fratelli presenti in Gerusalemme l’incontro che avevano avuto con Colui che fa ardere il cuore nel petto.

Se vogliamo costruire il “nuovo popolo, la nuova umanità”, occorre volere e sapere rintracciare le profonde motivazioni del nostro lavorare insieme ed essere un cuor solo ed un’anima sola. Nella duplice dimensione sacramentale del battesimo - cresima e dell’ordinazione sacerdotale, nel duplice riferimento al sacerdozio di Cristo, quello comune che fà della nostra vita cristiana un culto e quello ministeriale che ci configura a Cristo come capo della Chiesa, è sempre possibile richiamarsi al principio dinamico: diventa quello che sei; porta a compimento la grazia che ti è stata data, lasciati plasmare dai misteri che celebri (imitamini quod tractatis).

Il nuovo popolo non vive solo il sacramento, ma in forza del sacramento e ad immagine del sacramento ricevuto. Per questo un itinerario instancabile di adesione a Cristo fino a identificarci con Lui è la misura di un impegno, la strada di una progressiva santificazione. Siamo stati afferrati da Cristo, eppure dobbiamo seguirLo fino a raggiungerLo. Ed è qui che si inserisce il mistero cristiano e la dinamica di una progressiva conformazione al Signore Gesù (cfr. Fil 3,7-14).

Popolo nuovo non significa alternativo. Essere nuovo non significa buttare via il vecchio, ma camminare sempre in quella novità di vita di cui parla Gesù; la novità che lui proponeva ai suoi discepoli “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…!” (Mt.5,2022) La novità è ascoltare nuovamente la Parola di tante altre volte ma con rinnovato spirito che sa fare autocritica senza colpevolizzare gli altri: il vecchio che non si rinnova, che non si scusa, e che si nasconde nell’osservanza delle regole. La novità è decidere in prima persona di compiere concreti «miracoli» di carità, verso i fratelli feriti nel corpo e nello spirito; in particolare verso quei fratelli che, come i discepoli di Emmaus, tornano delusi alle sicurezze umane, abbandonandosi alle spalle il discorso religioso.

Questa libertà dal vecchio e dal “si è sempre fatto così”, rende libero il discepolo da ogni pigrizia o accomodamento. Il discepolo sa partire dal già fatto e/o vissuto per rivedere e reimpostare tutta la impalcatura pastorale che, forse, si è sclerotizzata nella ripetitività di una proposta pastorale datata, probabilmente ridotta alla sacramentalizzazione.

Gesù non è stato mandato dal Padre per cambiare le leggi della natura, perchè esentino gli uomini dalla fatica e dal testimoniare liberamente la loro capacità di amare. Nel romanzo «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij, il Grande Inquisitore così si rivolge a Cristo: “Tu non scendesti dalla croce perché anche quella volta non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo, perché avevi sete di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo”. Il teologo ortodosso Olivier Clément a questo proposito dice : “La risposta alla sfida dell’indifferenza non ha bisogno di ricette né di tecniche, ma di testimoni”.

Attenzione però che di popolo nuovo la nostra Diocesi ne ha. Dobbiamo saper vedere, nella nostra realtà, dove il nuovo è già cominciato attraverso quegli uomini e quelle donne che, nella nostra Chiesa Locale, hanno liberato Cristo dai mille lacci con cui s’incatena l’esperienza di fede, invece di lasciarla sbocciare e crescere.

Essi sono la NOVITA’, che ci sta seduta accanto e che non abbiamo mai saputo vedere come novità, perché appartiene alla ferialità della nostra storia.

Essi sono simili all’opera d’arte che uno scultore come Michelangelo sapeva ricavare da un blocco di marmo, come amava dire lui stesso: …dal blocco tolgo solo il superfluo, l’opera d’arte è gia contenuta nel blocco di marmo! Queste persone, sono “fatti di Vangelo” come li definisce L. Accatoli nella sua inchiesta di fine millennio sui cristiani d’Italia. Essi sono coloro che incontri per strada o ritrovi nella tua chiesa e nella tua stessa casa e ti sanno rileggere la storia alla luce della Scrittura e ti fanno ardere il cuore nel petto.

Dobbiamo essere grati a quei sacerdoti, religiosi, religiose e laici, innamorati della loro vocazione, che, grazie a Dio, non mancano nella vita della Chiesa che è in San Severo, che con il loro sguardo penetrante hanno intuito e intravisto la necessità di esperienze di vita parrocchiali, fortemente ancorate al Vangelo per dare avvenire alla trasmissione della fede. Essi ci dicono che vi è assoluto bisogno di cristiani con una fede adulta, costantemente impegnata nella conversione, infiammati dalla chiamata alla santità, capaci di testimoniare con assoluta dedizione, con piena adesione e con grande umiltà e mitezza il Vangelo. Ci hanno fatto toccare con mano, che la verità e la bellezza della santità potranno prendere volto “soltanto se nella Chiesa rimarrà assolutamente centrale la docile accoglienza dello Spirito, da cui deriva la forza di plasmare i cuori e di far si che le comunità divengano segni viventi, a motivo della loro vita diversa” (C.E.I. comunicare il Vangelo in un mondo che cambia n. 45).

Dov’è allora l’urgenza, a fronte di tanta ricchezza?

Sembra un paradosso ma è necessario che proprio queste persone così ricche diventino soggetto di evangelizzazione, perché la loro testimonianza sia sempre più luminosa e visibile. Sarà inoltre loro preciso dovere assumere la responsabilità di un nuovo impegno missionario per mettersi accanto a chi è deluso e scoraggiato, per condividere con lui il pane e il ritorno a Gerusalemme.

In questo itinerario emerge chiaramente il dialogo della redenzione, con l’impegno dell’uomo verso Cristo che in definitiva altro non è che il cammino verso se stesso, verso la sua genuina vocazione e destino. L’uomo deve percorrere allora quel tanto di strada che gli permette di avvicinarsi completamente a Cristo. Poi si ha chiaramente un infl usso positivo della redenzione, una accoglienza del dono di Cristo Redentore che vede l’uomo impegnato in una risposta sempre più incalzante perché più assimilante si fa pure l’amore di Dio rivelato in Cristo che “urge”, in un dinamismo di trasformazione e di servizio. Si tratta di un impegno inderogabile di fronte al quale nessuno può restare come prima.

b. Puntare l’attenzione su Cristo.

“Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.”(Lc. 24 29-31)

Resta con noi, è la preghiera di chi si è sentito rianimato perchè ha aperto la propria casa al Maestro.È necessario puntare l’attenzione su Cristo; fi ssare lo sguardo su Cristo; ripartire da Cristo. Il servo di Dio Giovanni Paolo II, in NMI, a proposito della Nuova evangelizzazione, asseriva che non c’è bisogno di un nuovo programma: già esiste ed è il Vangelo di Cristo! Questa è la secondo urgenza: “Ho capito che con Dio non si deve perdere, ma “capitolare”. Così A. Manzoni parla della sua esperienza di Dio. Il Signore ascolta i nostri perché più veri, quelli che nascono dai dolori più intimi: ci risponde col Suo silenzio e con l’infinita compassione del Suo amore.

E’ quello che certamente stiamo vivendo di fronte alle grandi mutazioni del nostro tempo, alle sfide dei repentini cambiamenti, dei violenti dinamismi che scuotono le società europee.

E’ la lunga ed estenuante lotta! Possiamo dare tutte le risposte che nascono dall’esperienza e dalla nostra maturità umana e culturale, ma se non capitoliamo dinanzi a Lui, se non ci arrendiamo a Dio, tutto è fatica inutile, infeconda. Ripartire da Dio vuol dire trovare in Cristo la sua risposta che è incarnazione, condivisione e redenzione. Solo così possiamo intravedere che in Lui si realizza quanto in qualche modo, confusamente, cerchiamo. Siamo chiamati a rivivere l’esperienza di Giacobbe in una lotta con Lui che dura tutta la vita, perché Dio è sempre al di là e quando crediamo di averlo capito Lui è Altro; di averLo raggiunto, Lui è oltre. Solo l’incarnazione di Cristo ci rivela il vero volto di Dio e diventa figura dell’uomo perfetto, unica vera speranza per gli smarriti di cuore.

Nessuno può realizzarsi se non in Gesù Cristo; nessuno può mai essere più autenticamente persona umana di Lui. Egli è il punto di arrivo di ogni cammino umano e lo sguardo di ogni uomo e di ogni donna deve anzitutto fissarsi su di Lui, contemplare Lui, imparare da Lui, imitare Lui, seguire Lui: è proprio questo che, rendendoci partecipi della sua vita di Figlio, ci fa Chiesa. Infatti, e bisogna sottolinearlo, non ci si può illudere di vivere in Lui se non si vive come Lui. Il Vangelo diventa sempre necessario punto di riferimento; l’esistenza del Figlio di Dio è misura, esempio, forma e stampo interiore della nostra. Non si può dire: la mia vita è la sua, se, nel limite del possibile, non facciamo che la nostra vita sia come la sua. Ed è questo il punto quotidiano di congiunzione di una non mai raggiunta redenzione, di una non mai chiusa realizzazione del programma personale e comunitario: aprire le porte al Redentore.

Se come cristiani siamo rivolti verso di lui, anche le nostre parrocchie saranno rivolte verso di Lui. Sicuramente sapete che come le nostre chiese venivano costruite rivolte verso il sole che nasce. Infatti, nella tradizione cristiana, la chiesa veniva edificata con il preciso orientamento ai quattro punti cardinali, in corrispondenza alle quattro facciate principali, affinché fosse un piccolo specchio del mondo intero, un riflesso del mondo creato e ordinato da Dio. L’abside verso est, dove è posto l’altare in mezzo al presbiterio, mostra poi lo sfondamento simbolico dei fedeli che oltrepassano i limiti del mondo finito, per incontrare Dio. Solitamente, infatti, nelle chiese antiche, sull’arco trionfale di apertura dell’abside, era posta l’immagine del Cristo Pantocrator, sacerdote e mediatore, colui che apre a questa nuova dimensione l’umanità.

Ripartire da Cristo dunque vuol dire confrontare le esigenze del Suo primato con tutto ciò che si è e che si fa, sulla la voglia di cambiare anche il nostro lessico e smettere di dire “nella mia parrocchia si fa…” ma: Per Cristo siamo chiamati a fare… Egli solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Ripartire da Lui vuol dire tornare alla verità di noi stessi e delle nostre Comunità parrocchiali, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, la pietra angolare che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire.

Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque. Ascoltare quelle parole che sono parole tristi, parole rare, comunque seme, copula che mira a legare spirito con spirito, anima con anima, mente con mente, voce con voce (Erri De Luca) .

Ripartire da Cristo, in ultima analisi, vuol dire ripartire da Dio misurandosi su Gesù Cristo e quindi ispirandosi continuamente alla Sua parola, ai Suoi esempi, così come ce li presenta il Vangelo. Vuol dire entrare nel cuore di Cristo che chiama Dio “Padre”. “Le persone hanno bisogno di essere richiamate allo scopo ultimo dell’esistenza. Hanno bisogno di riconoscere che dentro di loro vi è una profonda sete di Dio. Hanno bisogno di avere l’opportunità di attingere al pozzo del suo amore infinito.

E’ facile essere ammaliati dalle possibilità quasi illimitate che la scienza e la tecnica ci offrono; è facile compiere l’errore di pensare di poter ottenere con i nostri propri sforzi l’adempimento dei bisogni più profondi. Questa è un’illusione…Lo scopo di ogni nostra attività pastorale e catechetica, l’oggetto della nostra predicazione, il centro stesso del nostro ministero sacramentale deve essere quello di aiutare le persone a stabilire ed alimentare una simile relazione con Gesù Cristo, nostra speranza (1Tim 1,11) (Benedetto XVI all’episcopato Nord-americano). In altre parole “Dobbiamo riscoprire la gioia di vivere un’esistenza incentrata su Cristo, coltivando le virtù ed immergerci nella preghiera” (ivi).

Il Vangelo, quando è letto con spirito di fede e di preghiera, ci rimanda a un Dio che è sempre al dì là delle nostre attese, che supera e sconcerta le nostre previsioni; è l’esperienza che facciamo ogni volta che ci dedichiamo seriamente alla Lectio Divina. Non dimentichiamo che il prossimo Sinodo avrà come oggetto di studio l’ascolto della Parola di Dio. Sullo stesso argomento mi riprometto di inviarvi, nel corso dell’anno pastorale, una lettera o un pieghevole. Non si veda in questo qualcosa di estemporaneo; ma la continuazione del tema che ci ha guidati nel trascorso anno pastorale. Il riferimento è sempre a quei due discepoli che, delusi, ritornano ad Emmaus e allo sconosciuto che spiega ad essi quanto è contenuto nella Scritture relativamente al Messia.

Dalla verifica fatta il 6.6 u.s. è risultata chiara la necessità di sostare e continuare a riflettere su questa prima scena del pellegrinaggio del cuore e della mente dei due discepoli; pellegrinaggio che deve diventare anche il nostro, tenendo presente la situazione diocesana, parrocchiale,dei gruppi associativi e di ciascuno di noi. Con uno slogan possiamo dire: “Continuiamo a camminare con Cristo sulla via per Emmaus ed Egli ci illuminerà!”. Non dobbiamo avere fretta di passare a quanto è previsto per il secondo anno: non abbiamo, infatti, un programma scolastico da completare, ma una vita sempre più intensamente comunionale, ministeriale e missionaria da riscoprire e testimoniare. Dobbiamo ammettere che non sappiamo ancora leggere convenientemente il Vangelo perché non ci sentiamo sufficientemente spinti verso l’Oltre misterioso di Dio, verso il segreto del Padre, non riducibile a nessuna misura o comprensione umana.

Rivolti verso Cristo, che da significato alle tante attività pastorali, importanza anche ai fini sociali, ma se non c’è Cristo come tutor , queste crollano. Il riferimento a Cristo è quello che dà cemento alla nostra Spiritualità di Comunione. “Non facciamoci illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita”, ci diceva Giovanni Paolo II all’inizio del terzo millennio. (Novo Millennio ineunte n. 43).

Facciamo nostre le parole e i sentimenti di Papa Benedetto che nell’omelia durante la Messa votiva dello Spirito Santo negli Stati Uniti d’America, dichiarava:”Nell’esercizio del mio ministero… sono venuto in America per confermare voi, cari fratelli e sorelle, nella fede degli apostoli. Sono venuto per proclamare nuovamente, come San Pietro proclamò nel giorno di Pentecoste, che Gesù Cristo è il Signore e Messia, risuscitato da morte, seduto alla destra del Padre nella gloria e costituito giudice dei vivi e dei morti. Sono venuto per ripetere l’urgente esortazione degli apostoli alla conversione per il perdono dei peccati e per implorare dal Signore una nuova effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa in questo paese”

c. Realizzare approccio formativo col mondo dei giovani.

Non mi dilungo su questa urgenza che sta sotto gli occhi e nel cuore di tutti, perché l’Assemblea generale della CEI la ha affrontato come “relatio major” e oggetto di studio delle varie commissioni. Sul tema abbiamo fatto anche noi un incontro del Consiglio Pastorale Diocesano allargato a diversi operatori sociali; un ritiro mensile del Clero; e, nelle parrocchie, diverse riunioni.

La nostra Chiesa locale è cosciente del fatto che l’emergenza educativa del mondo giovanile è il prodotto di una grave crisi esistenziale e motivazionale degli adulti. Per questo diventa per noi priorità indiscutibile accompagnare gli adulti nella riscoperta della loro identità cristiana - come dirò più avanti a proposito della formazione permanente – e del loro ruolo educativo.

Non possiamo arrivare ai giovani senza mettere in gioco le migliori risorse del mondo degli adulti. Prospettiamo pertanto una maggiore e migliore collaborazione tra la pastorale giovanile e tutte le altre forze della nostra Chiesa locale affinché le problematiche e le risorse di questo settore pastorale non siano solo un patrimonio degli addetti ai lavori ma una questione che appartiene a tutti e interroga tutti.

Occorre entrare in una nuova prospettiva di metodo in cui la comunità cristiana, senza annacquare il messaggio di Gesù, si educa all’evangelizzazione del mondo giovanile con atteggiamento propositivo verso gli interessati.

Nella suddetta Assemblea CEI si è detto che i giovani sono, per la Chiesa, una priorità stabile; che il cambiamento culturale è un tempo sempre nuovo per la missione della chiesa nei confronti del mondo giovanile; che il ruolo della vera famiglia è insostituibile. Si è parlato in lungo e largo dell’emergenza educativa; della cosificazione del corpo; della risorsa delle GMG. Si è sottolineata la responsabilità di mettersi in ascolto dei giovani; di considerare l’età giovanile da processo di crescita a condizione della stessa; dell’autenticità e debolezza delle relazioni affettive; della religiosità frammentata; delle devianza, disagio e condizione giovanile come una contiguità pericolosa.

In linea generale, poi, sono state fatte alcune brevi valutazioni: 1) non li abbiamo tenuti per mano; 2) non hanno nulla nel cuore. Per concludere che con i giovani tutti dobbiamo andare incontro a Cristo, che rende più bella tutta la vita; che la

comunità ecclesiale non può smorzare la sua vitalità educativa; che la chiesa deve essere grembo accogliente e compagnia affidabile.; che bisogna avere il coraggio della novità cristiana: una nuova parresia pastorale, andando alla radici della fede e della vita; allargando gli spazi pastorali; frequentando i nuovi luoghi giovanili, che sono anche luoghi della vita e della missione: ad es. la scuola e le Università; il mondo del lavoro; gli spazi sociali o di socializzazione.

Ci si augura che la comunità ecclesiale abbia l’agilità di una tenda che si allarga e che si arrotola. “Allarga la tenda, anche se talvolta non vedi i giovani con te; allargala, non limitare mai gli spazi, non spegnere il lucignolo fumigante: allarga, rafforza i paletti con coraggio. Se è necessario arrotala la tenda e và altrove, dove il Signore ti invia, con l’agilità del campeggiatore esperto, con il coraggio di Gesù stesso che camminava per le strade della Palestina verso il luogo della nostra salvezza” (A.Superbo).

4. TRE ITINERARI POSSIBILI.

Partendo da queste riflessioni, nascono tre itinerari possibili: a)La valorizzazione dei Consigli Pastorali Parrocchiali; b) Il riconoscere le nostre debolezze; c) La formazione permanente

a. Valorizzare i Consigli Pastorali Parrocchiali

La base per costruire la comunione, creare comunità, è la costituzione e la valorizzazione dei Consigli Pastorali Parrocchiali. E’ necessario che la comunità parrocchiale non solo sia accogliente e burocraticamente efficiente, ma che le varie strutture di partecipazione siano reali, che parlino di un corpo vivo di Cristo che evangelizza, vive la carità, testimonia il Vangelo.

“Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo”, ci diceva Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (n. 43).

L’ecclesialità presuppone la socialità umana. Ove queste strutture naturali non dovessero esistere (vicinato, conoscenza di tutti, solidarietà umana nel bisogno, strutture di comune linguaggio, identiche preoccupazioni, simile grado culturale, ecc.), la Chiesa dovrà fare il possibile per crearle, dovrà cogliere quelle strutture che esistono ancora sia pure in forma rudimentale, tentare nuovi esperimenti in tal senso, scoprire e avvicinare tra di loro coloro che le portano.

Il riferimento a Cristo è quello che dà cemento alla Spiritualità di Comunione. “Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” ci diceva Giovanni Paolo II all’inizio del terzo millennio (Novo millennio ineunte n. 43).

E tuttavia, mai come oggi il parroco ha bisogno di essere aiutato dal Consiglio pastorale parrocchiale, all’interno del quale, esaminare la situazione pastorale della collettività, leggere fenomeni e fatti alla luce del Vangelo, individuare tracciati pastorali che consentano di raggiungere la gente e portare l’annuncio della salvezza con chiarezza di parola e forza di testimonianza. Le parrocchie che ancora non avessero tale importante organismo di collaborazione, si adoperino per crearlo: perché privarsi di una ricchezza e restare nella povertà pastorale?

b. Riconoscere le nostre debolezze

Bisogna riconoscere le nostre debolezze, le nostre fragilità, senza nasconderle, ma accoglierle per dare ad esse un senso, con l’aiuto dello Spirito. Il Dio che ci ha rivelato Gesù salva l’uomo con la forza della sua debolezza (cfr. 1Cor 1, 25). Quella fragilità, quella debolezza che, agli occhi degli uomini sembra un fallimento, nella luce della fede diventa strumento di salvezza.

Fin dal momento dell’Incarnazione, in tutta la sua vita e specialmente nell’estrema fragilità della morte in croce, Dio si fa solidale con la nostra fragilità, la salva, assumendola come propria e facendola luogo di riconciliazione con l’umanità, di rivelazione di sé e della sua presenza d’amore.

La fragilità può, però, diventare un’ alibi per cui le nostre Comunità spesso si sentono autorizzate a non camminare insieme alla parrocchia vicina o con la stessa Diocesi. La fragilità, inoltre, sconfi na, non raramente, nella tentazione serpeggiante di sostituire la preghiera con l’azione, la centralità dell’Eucarestia con la catechesi, la forza del sacramento della Riconciliazione con la Revisione di Vita.

C’è la fragilità di pastori autoreferenziali che non fanno trasparire l’essere stati ordinati per la Chiesa universale ma solo per la chiesa tal dei tali, il movimento o l’aggregazione laicale che insegna la chiusura a chi non appartiene a quella realtà.

C’è la fragilità delle comunità che si crogiolano nei traguardi raggiunti e stentono a comprendere le nuove sfide della secolarizzazione, della scienza, della tecnica ecc.. Questo atteggiamento produce spesso ripetitività e appiattimento nell’azione pastorale, endemica tentazione ad isolarsi, poca tendenza al confronto teologico-pastorale…. Ci si ritrova insieme spesso, più che per crescere, per criticarsi.

C’è la fragilità di sacerdoti e laici che vivono la comunità come appropriazione e non come servizio. Si tende non a creare famiglia diocesana ma a curare la propria particella di Chiesa. Non va sottaciuta la fragilità del considerare le diversità di cui ognuno di noi è portatore come motivo di divisioni ed invidie piuttosto che arricchimento.

Fragilità che si rivela nei confronti del mondo giovanile che sempre più spesso richiede dei forti punti di riferimento che non trova facilmente sia nelle nostre strutture e soprattutto in cristiani adulti nella fede, capaci di accompagnarli e di essere attenti alle loro richieste.

La fragilità, in tutte le sue poliedriche e variegate forme, io Vescovo e voi fedeli-laici della Chiesa che è in San Severo, la dobbiamo leggere come occasione di prova. D’altronde, tutta l’esperienza nel deserto del popolo di Israele, che, nel racconto sintetico e paradigmatico di Es 16, genera in noi il bisogno di farci l’immagine di una chiesa a noi

conveniente è sempre allettante. Al contrario, la prova – come mostra bene Gc 1,2 – può condurre alla pazienza. E la pazienza alimenta la speranza.

Le nostre comunità diventano comunità di speranza ogni volta che in esse vengono vissuti, nelle relazioni significative, anticipi del Regno d’amore di Dio. Verso questo traguardo camminiamo con la speranza che è questa la nostra vocazione già qui sulla terra. Che è questo il dono che Dio vuole farci. Non si bruciano le tappe (perciò sosteremo ancora sulla prima tappa del progetto presentato lo scorso anno on “Surgite eamus”). Le tappe sono progressive. Non si conquistano i momenti in cui la grazia di Dio risplende per la sua gratuità: ci si rende disponibili.

Ma non dimentichiamo che ogni giorno, vivendo e agendo “in persona Christi”, apriamo il nostro cuore a Cristo perché egli stampi interiormente in noi la sua immagine, prenda possesso della nostra persona, in maniera che possiamo raggiungere – come dono di grazia al quale vogliamo essere fedeli- questa vita di santità e di servizio. Certo non bisogna attendere a diventare santi per mettersi a servizio di Cristo. Lo stesso servizio per amore ci santificherà. Ma si sperimenterà la grazia della santità quando il nostro servizio sarà gratuito e disinteressato, e, da “servi inutili”, vorremo iniziare ogni giorno questo cammino per raggiungere Cristo.

c. Impegnarsi nella formazione permanente.

Tra le priorità che venivano sollecitate nella verifica si parlava di formazione permanente.

È davvero necessaria? Per riuscire ad arrivare alla gente e rispondere alle domande di senso, occorre gente formata.

A riguardo, ascoltiamo San Paolo: “Ora, come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto son belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!” (Rm 10,14-15)

Da sempre l’impegno dell’educazione e della formazione è particolarmente avvertito nella Chiesa, chiamata a fare sua la sollecitudine di Cristo che – come narra l’evangelista Marco – vedendo le folle “si commosse…perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose” (6,34). Il termine greco usato per esprimere la commozione provata da Gesù evoca le viscere della misericordia e rimanda all’amore profondo che il Padre celeste nutre nei confronti degli uomini. La Tradizione ha visto in questa pericope evangelica l’insegnamento di una concreta manifestazione della misericordia spirituale, che costituisce una delle prime opere d’amore che la Chiesa ha la missione di offrire all’umanità.

L’immagine di Cristo che si preoccupa della grande folla, è l’icona della Chiesa misericordiosa che si china sull’umanità spinta alla deriva dalla mentalità relativistica attuale; e, con umiltà e pazienza, comunica il Vangelo in modo adeguato alla frenesia dei cambiamenti repentini e radicali che caratterizzano il nostro mondo. Ma la Chiesa non è una realtà astratta; siamo noi che, a titolo di diversifi cata responsabilità, veniamo sollecitati “ad avere misericordia” di coloro che brancolano nell’ignoranza della Parola, nel buio della dispersione spirituale; e a saper promuovere cammini di formazione continua e di educazione al senso della vita e della missione cristiana.

E’ ovvio che, per fare questo, noi stessi e le nostre comunità non possiamo e non dobbiamo ritenere come marginale la nostra formazione permanente. Le nostre comunità devono diventare comunità adulte di annuncio! Viviamo in un contesto culturale in cui l’adulto di oggi, si trova disorientato e ha difficoltà a comprendere l’identità della sua fede, che deve rivelarsi nel confronto con i nuovi problemi etici e morali. La fede per l’adulto deve diventare impegno, responsabilità, missione da svolgere nella famiglia, nel campo di lavoro, nella vita ecclesiale e sociale. Si deve ritornare al primato della Parola che entra nella vita.

“La formazione umana e culturale va pertanto significativamente rafforzata e sostenuta anche con l’ausilio delle scienze moderne, giacché alcuni fattori sociali destabilizzanti presenti nel mondo (ad esempio, la condizione di tante famiglie separate, la crisi educativa, una violenza diffusa, ecc.) rendono fragili le nuove generazioni. Occorre al tempo stesso un’adeguata formazione alla vita spirituale, che renda le comunità cristiane, in particolare le parrocchie, sempre più consapevoli della loro vocazione e capaci di rispondere, in modo adeguato, alla domanda di spiritualità che viene specialmente dai giovani. Ciò richiede che non manchino nella Chiesa apostoli ed evangelizzatori qualificati e responsabili”( Benedetto XVI, discorso del 21.1.2008).

Il racconto di Emmaus si presenta come una catechesi orientata ad accompagnare i discepoli alla fede nella risurrezione di Gesù. Essi fanno l’esperienza dell’ascolto della Parola. L’ascolto di Dio e della sua Parola è al centro della fede d’Israele, ma anche al centro della nostra stessa fede cristiana. S. Paolo scrive: “La fede nasce dall’ascolto” (Rm.10, 17). L’ascolto della Parola di Dio è fondamento della vita del cristiano: “Chi ascolta la mia parola ha la vita eterna” (Gv 5,24).

Nell’ascolto cresce la comunione, si alimenta la fede e la testimonianza di vita secondo il Vangelo. Ascoltare, per la Bibbia, è aprire il proprio cuore a Dio, così che la sua parola penetri l’anima, e cambi il cuore e lo porti ad agire di conseguenza. “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola, e il Padre mio lo amerà. Io verrò da lui con il Padre mio e abiteremo con lui” (Gv 14,23-24).

La formazione di laici adulti nella fede, li renderà testimoni credibili nella società, mediante una vita rigenerata dallo Spirito e capace di porre i segni di un’umanità e di un mondo rinnovati. Una formazione che ci renda capaci di “far risaltare il grande “si” di Dio all’uomo” (Nota CEI,dopo il Convegno di Verona, n.4).

Questo avviene in maniera comunitaria nella santa liturgia della chiesa, dove si celebra instancabilmente l’amorevole rivelazione e condiscendenza di Dio, e dove la Chiesa inizialmente accoglie la verità e la vita (la Parola e i sacramenti) ed inizialmente risponde con la sua fede e la sua preghiera.

In continuità con la santa liturgia della Chiesa, passando dal comunitario al personale, ritenendo però che la liturgia è fonte e culmine di questo dialogo salvifico con tutti ed ognuno, è doveroso soffermarsi sul rapporto personale che Dio ha con ciascuno ed a valutare il modo personale con cui avviene questo dialogo della salvezza, con i momenti di rivelazione da parte di Dio e di accoglienza da parte degli uomini.

Nell’incontro di verifica fatto il 6 giugno è stato ampiamente sottolineata, ad esempio, l’importanza dell’adorazione, non solo comunitaria, ma anche personale dinanzi a Gesù sacramentato: guardare a Colui dal quale sappiamo di essere guardati! Si è anche detto che dobbiamo riscoprire la “fede in ginocchio”, dopo aver tante volte discusso della “fede seduta”: meno parole nostre e più Parola di Dio; meno discussioni, sia pure dotte e teologiche, e più silenzio di adorazione!

La preghiera personale, radicata nella creaturalità dell’uomo e nella filiazione in Cristo, è il luogo normale della rivelazione per i singoli cristiani. Il Santo Padre, nella “Spe salvi” parla della preghiera come luogo della speranza(nn 32-34). E’ qui che ciascuno sperimenta tutto il valore di una comunicazione interpersonale, da assimilare, di una alleanza dove Dio presente ed amico entra in dialogo di amicizia e ci invita a vivere

in pienezza il suo dono irrepetibile e singolare con ciascuno in Cristo e con lo Spirito.

Santa Teresa d’Avila dice che il contemplativo è “Colui che è presente ed ha voglia di servire”. Essere attenti a Dio che si rivela e agli uomini da servire, con gli occhi rivolti a Dio e alla sua volontà; non distratti, non preoccupati da mille cose, pur buone, ma che non sono la volontà di Dio: questo ci rende disponili per il servizio; pronti ad ogni cenno e non soltanto con una certa passività. E questo indica un cuore generoso, libero, con una ferma determinazione. Con la gioia di mettere al servizio del Signore le migliori energie spirituali e materiali ad attuare il suo invito ad amarlo con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente.

Carissimi, preghiamo perché il Signore ci faccia contemplativi del suo Volto e della sua volontà; ci sensibilizzi alla presenza attiva nel suo amore; ci abiliti ad un servizio generoso verso i fratelli, specialmente i più lontani. Ci faccia capire che tutto questo non si realizza se non si opera in noi una profonda conversione, che Dio stesso deve provocare, alla quale noi dobbiamo essere fedeli.

5. CONCLUSIONE

Nella nebulosità del postmoderno, l’eclisse delle differenze sfuma i confini tra essere e nulla, tra bene e male, tra persona e animale, tra uomo e donna, tra sano e malato, tra matrimonio e convivenza, tra comunione e divisione, tra parrocchia famiglia di famiglie e parrocchia riserva di caccia, tra ministero e padronanza…

Ma non è detto che rinunciare a distinguere possa affratellare di più. Noi possiamo distinguere, solo sullo snodo di un orizzonte più alto che ci accomuna: io posso dire di essere diverso da te solo perché c’è un essere comune che precede le differenze e le rende possibili, consentendo di riconoscerci.

Se viene meno questo orizzonte comune, ogni differenza è una frontiera mobile che il nostro ego sposta avanti e indietro a seconda di convenienze occasionali. Ciascuno di noi disegna, di volta in volta, il perimetro della prossimità e dell’estraneità; siamo noi che decidiamo contatti e distacchi, poiché tra noi non c’è letteralmente nulla: solo un vuoto, incolore, inodore e insapore, rispetto al quale crediamo di non avere doveri né responsabilità. Contatti senza relazioni, voglie senza desideri, emozioni senza sentimenti, attese senza speranze. Per utilizzare il linguaggio dell’informatica: software senza hardware: Vangelo senza chi lo vive e lo incarna nella storia e nell’impalcatura, che rischia di divenire solo burocratica, della parrocchia o della Diocesi. Si può sempre resettare il programma della Comunità parrocchiale o diocesana e ricominciare da zero, mi direte, ma se non ci uniformiamo al programma di Cristo che è il nostro software, dal quale proviene l’energia, dove abbiamo attaccato la presa della vita, io, tu, noi, che siamo l’hardware pensante, possiamo essere contagiati dal virus della autoreferenzialità e tutto va in tilt.

Babele mantiene intatta la sua diabolica attualità, col suo sogno titanico di arrivare fino al cielo, l’illusione d’autosufficienza, si rovescia nel suo esatto contrario: la rivalità prende il posto della collaborazione, le parole diventano sorde e incomprensibili.

È da questo intreccio inestricabile di luce e di ombra che dobbiamo partire. Noi ci siamo dentro, fino al collo; questa Diocesi e la storia che stiamo scrivendo ci appartiene, porta la nostra firma….. ai posteri l’ardua sentenza. Noi siamo qui, alla luce di quanto altri prima di noi realizzato di positivo e di negativo (perché solo Dio è la perfezione, fa tutto e sempre bene), e quel lavoro per noi oggi è tesoro che non dobbiamo buttare via; alla luce del passato, consapevoli del nostro presente, ci rendiamo conto che, mentre non possiamo dissipare in modo distratto e spensierato il tesoro inestimabile della fede che ci è stata trasmessa, dobbiamo ogni giorno di più imparare a comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. La fedeltà al passato non si dimostra con la polarizzazione di idee, convinzioni, iniziative; ma con un atteggiamento di continuità creativa.

La verifica, del resto, serve concretamente a rendersi conto del bene per continuarlo; del negativo per evitarlo. E’ quando intendiamo dire quando parliamo di trazione e tradizionalismi. Noi siamo la tradizione vivente della Chiesa (come ci è stato ricordato nei giovedì quaresimali) e non realtà museale che non si tocca col rischio di ricevere avvisi di garanzia, non da parte di autorità civili (oggi in tutt’altre faccende affaccendate), ma dai cosiddetti cristiani bempensanti che presumono di essere i catari del terzo millennio, guai a dire o fare qualcosa che non collima coi loro “ismi”. Costoro potrebbero reagire in modo angosciato e nostalgico, sognando epoche di cristianità splendenti, blindarsi nervosamente dentro un fortino della parrocchia tridentina.

Nel chiaroscuro della storia della nostra Chiesa locale s’intrecciano due diversi ordini di grandezza: dietro al bene di quel “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine (Gv 13,1)” cioè fi no a noi, s’intravede l’eccedenza infinita di un dono di essere e d’amare, di cui solo un Dio infinito e trascendente può essere capace; dietro alle presunzioni e alle pigrizie delle nostre comunità, diocesana e parrocchiali, nonché di un notevole esercito di credenti, si vede una libertà ferita da curare.

Gesù ci ha donato il bene allo stato puro, noi lo realizziamo sempre in forme impure e perfettibili; Lui ci ha chiamati amici, noi, spesso, inventiamo i nemici. Questa contraddizione non può lasciarci indifferenti; ma sollecita tutti noi, a comprendersi come parte di un disegno più grande che appartiene al nostro oltre. In una parola,significa comprendere di non essere soli.

Non è facile certamente essere una nuova umanità; ma quello che noi abbiamo dobbiamo metterlo in gioco, quello che noi sappiamo fare, dobbiamo consegnarlo allo Spirito di Dio affinché possa diventare urgenza di formazione e una ricchezza per noi e per gli altri.

Concludo con le parole che Papa Benedetto XVI ha detto nell’omelia della solenne concelebrazione nella cattedrale di San Patrizio il 19 aprile : “Vogliamo dunque il nostro sguardo in alto! E con grande umiltà e fiducia chiediamo allo Spirito di metterci in grado ogni giorno di crescere nella santità che ci renderà pietre vive nel tempio che Egli sta innalzando proprio adesso in mezzo al mondo.

Se dobbiamo essere forze vere di unità allora impegniamoci ad essere i primi a cercare una riconciliazione interiore mediante la penitenza! Perdoniamo i torti subiti e soffochiamo ogni sentimento di rabbia e di contesa!...Impegniamoci ad essere i primi a dimostrare l’umiltà e la purità di cuore necessarie per avvicinarci allo splendore della verità di Dio! In fedeltà al deposito della fede affidato agli apostoli (cfr 1Tim 6,20), impegniamoci ad essere gioiosi testimoni della forza trasformatrice del Vangelo!.. E quando poi usciremo da questa grande chiesa andiamo come araldi della speranza e in tutti quei luoghi dove la grazia di Dio ci ha posti”.

Vostro

Lucio, vescovo

San Severo, sabato 28 giugno 2008 Primi Vespri della Solennità dei Ss. Pietro e Paolo

Indice

1. PREMESSA pag. 7

2. PERCHE’ LA VERIFICA? pag. 9

3. TRE URGENZE. pag. 10

a. Sentirci nuovo popolo pag. 11

b. Puntare l’attenzione su Cristo pag. 15

c. Realizzare approccio formativo col mondo dei giovani pag. 21

4. TRE ITINERARI POSSIBILI. pag. 24

a. Valorizzare i Consigli Pastorali Parrocchiali pag. 24

b. Riconoscere le nostre debolezze pag. 25

c. Impegnarsi nella formazione permanenete pag. 28

5. CONCLUSIONE pag. 33

Grafica e Stampa

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Tel. 0882 228063

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